martedì 21 novembre 2017

Recensione: "Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey" di Mary Ann Shaffer e Annie Barrows

Titolo: Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey
Titolo originale: The Guernsey Literary and Potato Peel Pie Society
Autori: Mary Ann Shaffer e Annie Barrows
Editore: Astoria
Data di pubblicazione: 2 novembre 2017
Pagine: 292
Prezzo: 17,00 €

Trama:
È il 1946 e Juliet Ashton, giovane giornalista londinese di successo, è in cerca di un libro da scrivere. All’improvviso riceve una lettera da Dawsey Adams – che per caso ha comprato un volume che una volta le era appartenuto – e, animati dal comune amore per la lettura, cominciano a scriversi. Quando Dawsey le rivela di essere membro del Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, in Juliet si scatena la curiosità di saperne di più e inizia un’intensa corrispondenza con gli altri membri del circolo. Mentre le lettere volano avanti e indietro attraverso la Manica con storie della vita a Guernsey sotto l’occupazione tedesca, Juliet scopre che il club è straordinario e bizzarro come il nome che porta.

Recensione:
Come si fa a resistere ad un libro che parla di club letterari e torte dai gusti eccentrici?
Beh, che io sappia, è a dir poco impossibile.
Se ci aggiungete poi come trama una corrispondenza epistolare tra una giornalista inglese, nonché scrittrice, ed un misterioso isolano appassionato di romanzi, nonché contadino, allevatore di maiali, scaricatore di porto, carpentiere e mille altre cose, il gioco è fatto.
E parlando di ingredienti, sappiate che questi sono solo due dei tanti altri che, mescolati assieme, non possono che dar vita ad una miscela esplosiva.
Per prima cosa l'ambientazione, una ridente isola, fatta di rigogliose distese di erba, spiagge sconfinate e scogliere acuminate. Il posto giusto per chi sente il bisogno di perdersi per un po', senza pensare al caos cittadino, e ai problemi della vita quotidiana.

L'unico difetto di questa sistemazione è la costante tentazione di uscire e camminare fino al limitare degli scogli. Il mare e le nuvole non restano fermi neanche per cinque minuti di fila e ho paura di perdermi qualcosa se rimango al chiuso. Quando mi sono alzata, questa mattina, il mare era pieno di luccichii: sembrava colmo di monetine. 
Adesso invece pare coperto da un telo giallo limone. 
Gli scrittori dovrebbero vivere nell'entroterra o vicino alla discarica cittadina, se vogliono riuscire a lavorare seriamente. 
O forse dovrebbero essere più determinati di me.

Ma Guernsey, al contrario di ciò che si potrebbe pensare, non è sempre stata un rifugio felice. Anch'essa, come la maggior parte del mondo, ha subito il dramma della Seconda Guerra Mondiale, e dell'occupazione.
Prede dei tedeschi, gli isolani hanno dovuto rinunciare a tutto: al cibo (razionato e ceduto ai nemici), al riscaldamento (a cui si è ovviato tagliando la maggior parte degli alberi o bruciando, ahimè, i libri), al sapone, al pescato e ai maiali allevati.
Ed è proprio ad un maialino arrosto, furbescamente occultato agli occhi dei tedeschi, e cucinato di soppiatto, che si deve la nascita del "Club del libro e della torta di bucce di patata".
So che detto così può sembrare assurdo, ed in effetti se leggeste la storia che ha dato origine a questa carinissima tradizione capireste che lo è davvero, ma fatto sta che l'amore per i libri è nato a Guernsey per caso, come astuto artificio per nascondere agli occupanti la verità.
E se c'è qualcuno a cui si deve la paternità del Club, oltre al povero maiale servito per cena ovviamente, quella è sicuramente Elizabeth McKenna, la giovane ed estrosa donna arrivata da Londra molti anni or sono.
Lei, con la vitalità ed il senso di adattamento che l'ha sempre contraddistinta, è riuscita a tenere unito il gruppo di paesani anche nelle avversità, a cementare le amicizie già nate, e a crearne di nuove.
Elizabeth è stata il collante, l'unica a cui tutti si sarebbero rivolti per risolvere un pasticcio, l'unica che sarebbe accorsa senza pensarci due volte, e senza pensare a se stessa.
Pur non vivendo più in paese, per ragioni che non sto a spiegarvi, la sua assenza è tristemente presente: lei vive nelle storie degli altri, negli aneddoti tramandati di bocca in bocca, nelle lettere che giorno dopo giorno attraversano la Manica per arrivare a Londra da Juliet.
E parlando proprio della nostra protagonista, la signorina Ashton, c'è da dire che, in quanto a personalità e determinazione non è certo da meno.
Già dalle sue prime lettere risulta evidente la sua verve comica, la spigliatezza e il modo di fare autoironico. Che siano scambi di missive con l'editore e quasi fratello Sidney Stark, con le migliori amiche Sophie e Susan, o con Dawsey e gli altri iscritti al Club del libro, la sostanza non cambia: Juliet rimane la scrittrice piena di vita e di idee, gentile e buffa, caparbia ed intelligente, e perciò assolutamente adorabile.
E che dire poi degli abitanti dell'isola?
Li scopriamo poco a poco, ma più si va avanti, più ci si affeziona a loro.
Ad Isola, e alla sua passione per le sorelle Brontë, le pozioni magiche e qualsiasi altro passatempo fuori dagli schemi; ad Amelia, la dolce signora che si prende cura di tutti i paesani; a Dawsey, così silenzioso eppure indispensabile; alla risoluta e dolcissima Kit, la bimba di Elizabeth; e poi Eben, Eli, Clovis, John e tanti altri....
Se in un primo momento appare difficile tenere a mente ciò che ogni personaggio scrive a Juliet (come avrete capito i mittenti sono davvero tanti, e ognuno con parecchie cose da dire), con il prosieguo della lettura non si avverte più questo problema, grazie alle personalità ben definite.
Le loro lettere sono bizzarre e spiritose, ma affrontano anche tematiche forti legate al periodo della guerra, come la difficile convivenza con i tedeschi, i campi di lavoro, le attività clandestine di alcuni paesani e le opere di denuncia da parte di altri, la mancanza di viveri, l'evacuazione dei bambini ed il pericolo delle bombe.
Questi argomenti sono affrontati con grande serietà e rispetto verso chi ha davvero subito eventi dolorosi di tale portata, ma senza cadere in toni melodrammatici.
Altro tema preponderante nel libro, come avrete dedotto dal titolo (no, non mi riferisco alla torta di bucce di patata) è l'amore per la lettura, il motivo principale che dà il via alla corrispondenza tra Juliet Ashton e gli abitanti di Guernsey.
Ognuno di loro ha i suoi autori preferiti e non manca di raccontarci curiosità a riguardo (a tal proposito risulta davvero interessante la biografia dello scrittore Charles Lamb e il suo rapporto con la sorella sorella Mary), o di annotare le citazioni preferite.
Ognuno di loro è arrivato ad amare i romanzi con modalità, motivazioni e tempi diversi, e ci racconta dell'importanza che il Club del libro ha avuto nelle loro vite. Nato come uno stratagemma improvvisato per ingannare i tedeschi e salvarsi la pelle, è divenuto ben presto per tutti un rifugio sicuro, una frazione di tempo sottratta alla dura realtà della guerra, una passione da condividere con gli amici.

Ci aggrappavamo ai libri e ai nostri amici: ci ricordavano che esisteva anche qualcos'altro. Elizabeth recitava spesso una poesia. Non me la ricordo tutta, ma cominciava così: "È davvero cosa di poco conto aver goduto del sole, aver vissuto la luce in primavera, aver amato, curato, apprezzato, conosciuto dei veri amici?". No che non lo è. Spero se lo ricordi ovunque sia.

Un po' come il locale di Idgie e Ruth di "Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop", è un posto magico (in questo caso metaforico, essendo il Club itinerante), di cui ognuno di noi vorrebbe far parte.
Questo è uno dei punti di forza del romanzo, il riuscire a coinvolgere totalmente il lettore, e renderlo protagonista della storia stessa.
Le lettere sono indirizzate a Juliet, è vero (e viceversa), ma potrebbero benissimo avere come destinatario me o chiunque altro. È un po' come se i vari personaggi diventassero nostri amici e ci confidassero i loro pensieri più profondi, i traumi che hanno subito in passato, le paure che ancora li attanagliano, ma anche gli episodi buffi che accadono quotidianamente.
E pur essendo un libro fatto esclusivamente di lettere (e qualche telegramma), non risulta affatto tedioso o monotono. Anzi, mentre si legge una lettera non si vede l'ora di imbattersi nella risposta del destinatario (non sempre sono una di seguito all'altra), e saperne di più sui fatti raccontati.
Altra cosa che mi ha piacevolmente stupito è stata la questione della scrittura a due mani.
Mi spiego meglio. Purtroppo mentre era in corso la stesura di "Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey" Mary Ann Shaffer si è ammalata gravemente.
Non avendo più la forza di occuparsi del suo lavoro, ha affidato la revisione della stesura e la conclusione del testo alla nipote Annie Barrows, l'altra scrittrice di famiglia. Sfortunatamente la Shaffer non ha visto né la conclusione né la pubblicazione del romanzo, diventato successivamente un best-seller, tradotto in ben 37 Paesi.
Ora, pur avendo subito un riadattamento, ed essendo stato terminato da un'altra persona, leggendo il libro non si ha il minimo avvertimento dell'accaduto. Il cambio di mano non è percepibile ed il risultato è un elaborato dallo stile uniforme.
In generale il libro appare perfettamente calibrato, un misto di allegria, dolore e speranza, perfettamente alternati e combinati assieme.
Un romanzo spumeggiante che ci parla di amore per i libri, di amicizia e lealtà, e di come i legami indissolubili possano resistere al tempo, alla distanza e alle avversità della vita.
Una narrazione che, anche grazie agli adorabili personaggi, diverte, fa riflettere e sperare. Che ti entra nel cuore, come solo le migliori storie sanno fare.
Forse verso la fine assume un po' troppo le vesti di commedia romantica, almeno per i miei gusti. In altri generi di libri avrei criticato questa scelta, o perlomeno l'avrei considerata un difetto, ma devo ammettere che in questo caso specifico ci sta.
Dopo tanta sofferenza, dopo anni di pioggia ininterrotta, un arcobaleno luminoso è proprio quello che serve.

Considerazioni:
Ho adorato questo libro dalla prima all'ultima pagina, perché prima di tutto ho adorato Juliet.
Come vi ho detto prima, lei è un tale tornado di estrosità, euforia e curiosità che con le sue lettere, e le sue parole, non può che trasmettere le medesime sensazioni al lettore.
Tramite lei ho iniziato ad affezionarmi anche agli altri personaggi, in particolare a Sidney, il suo editore, cui è legata da un solido rapporto di amicizia, prima che di lavoro.
I loro botta e risposta carichi di ironia e battute pungenti mi hanno conquistata.
Fortunatamente il libro è ricco di personalità effervescenti, capaci di far sorridere ed intrattenere. Tra queste le mie preferite, ovvero Isola Pribby, Elizabeth McKenna e la piccola Kit.
In particolare Isola, così ingenua, divertente e credulona da non passare certo inosservata. A volte mentre leggevo una lettera di Clovis Fossey o John Booker, per fare degli esempi, tornavo indietro per ricapitolare un po' le idee, ma con Isola no, non ne avevo proprio bisogno.
Tra le altre cose, il suo modo di fare strampalato mi ha ricordato Irma della trilogia de "Il Lieto Tramonto", altro personaggio memorabile.
E parlando ancora di somiglianze, la determinata ed effervescente Elizabeth pare molto simile a Idgie di "Pomodori verdi al caffè di Whistle Stop". Come lei, pur non essendo realmente presente nella narrazione (se non nei racconti degli altri), è la vera protagonista del romanzo. E sempre in riferimento al meraviglioso libro di Fannie Flagg, gli appunti delle indagini di Isola mi hanno fatto pensare al bollettino settimanale di Dot Weems. Chi ha letto il romanzo sa di cosa parlo.
E poi c'è Kit... che dire di lei? Di lei ho amato sia lo sguardo torvo e l'atteggiamento schivo che l'animo dolce e buono che dimostra di avere. Mentre Juliet si affeziona a lei, noi lettori non possiamo che condividere i suoi sentimenti.
Potrei soffermarmi a parlare di ogni personaggio, ma state tranquilli, non lo farò.
Vorrei spendere però due parole per Mark Reynolds, l'affascinante spasimante di Juliet.
La corteggia prima con le lettere, poi con le cene ed i concerti, ma sempre con garbo, eleganza e gentilezza.
Dagli scambi epistolari che intercorrono tra i due, il feeling è evidente eppure, improvvisamente, lo splendido ritratto fatto del signor Reynolds svanisce di colpo.
Da galante gentiluomo (come altro si potrebbe descrivere uno che aspetta la donna che ama per sei mesi, anche se lei le rifila un due di picche dopo l'altro?) diventa improvvisamente il mostro che vuole tenere in pugno la scrittrice, per farne una dama da compagnia ed esibirla alle feste come un trofeo. Senza che venga citata la benché minima prova a favore di questa tesi.
Ora, capisco la necessità di voler dare un certo tipo di finale al lettore (che in effetti non mi è affatto dispiaciuto), e ci sta, ma perché svilire per forza i personaggi che non rientrano nel copione?
Se dovessi quindi trovare un difetto a questa storia, sarebbe proprio la svolta romantica un po' forzata (e anche affrettata).
Poi però guardo l'insieme, e vedo una bellissima famigliola felice, un nuvolo di amici, ed un posto meraviglioso in cui crescere, vivere e amare e mi dico: beh, se questo è un errore, voglio sbagliare anch'io.

Ringrazio la casa editrice Astoria per avermi fornito una copia di questo romanzo

il mio voto per questo libro

sabato 18 novembre 2017

WishList #7


Salve avventori!
Ma da quanto tempo non aggiornavamo questa rubrica! Eppure la nostra lista desideri non si è affatto fermata, anzi, si allunga inevitabilmente sempre di più.
Il lato positivo è che dall'ultimo appuntamento alcuni dei libri inseriti sono magicamente spariti dall'elenco, per comparire (insieme a tanti altri che ancora non sapevamo di desiderare) nella nostra libreria *-*
Ma veniamo ai titoli...

 "Caraval" di Stephanie Garber
♥ "La donna del bosco" di Hannah Kent
 "Il castello blu" di Lucy Maud Montgomery
♥ "Il nido" di Kenneth Oppel
 "Mia nonna saluta e chiede scusa" di Fredrik Backman
♥ "Kafka e la bambola viaggiatrice" di Jordi Sierra i Fabra
 "Lettere a Theo" di Vincent Van Gogh
♥ "L'orso Paddington" di Michael Bond
"Lezioni di volo per principianti" di Beth Hoffman 
♥ "La donna nell’ombra" di Ruth Dugdall
"Peter Nimble e i suoi fantastici occhi" di Jonathan Auxier
♥ "Lettere a una sconosciuta" di Antoine de Saint-Exupéry
"L'incredibile storia di Soia e Tofu" di Pallavi Aiyar
♥ "La meccanica del cuore - il libro del film" di  Mathias Malzieu

Abbiamo invece spuntato dalla wishlist...

♥ "Il bacio più breve della storia" di Mathias Malzieu 
"Lo straordinario viaggio di Edward Tulane" di Kate DiCamillo 
♥ "Sophie sui tetti di Parigi" di Katherine Rundell 
"La casa dei fantasmi" di John Boyne 
♥ "Marian" di Eva Polansky 
"Il segreto degli angeli" di Camilla Läckberg 

Alcuni dei libri non più in WL, come avrete notato, sono stati da noi non solo acquistati, ma anche letti e recensiti... altri invece aspettano ancora il loro turno. 
Ma ora tocca a voi! 
Vi incuriosisce qualche libro della nostra lista dei desideri? E nella vostra cosa c'è?
Ditecelo nei commenti ^-^

mercoledì 15 novembre 2017

Recensione: "L'inganno" di Thomas Cullinan

Titolo: L'inganno
Titolo originale: The Beguiled
Autore: Thomas Cullinan
Editore: DeA Planeta
Data di pubblicazione: 5 settembre 2017
Pagine: 512
Prezzo: 17,00 € 

Trama:
Cinque allieve appena, le uniche rimaste e un nome che “ci metti di più a pronunciarlo che a fare l’appello”: il Collegio per signorine di Miss Martha Farnsworth. 
Nella Virginia insanguinata dalla Guerra civile, tra l’eco dei cannoni e la paura che come un’ombra si addensa contro i muri del giardino, la vita della scuola diretta dall’austera Miss Martha scorre lenta e sempre uguale. 
Lezioni di cucito, musica e francese. Le incombenze domestiche, i pasti, le preghiere. 
È in questo mondo angusto e tutto al femminile che irrompe il caporale John McBurney, disertore dell’esercito nordista gravemente ferito. Nella fuga dall’inferno dei campi di battaglia, McBurney ha perso il fucile e forse l’orgoglio, ma non l’astuzia che è da sempre la sua arma più affilata. 
Assediate dalla guerra e dalla noia, soffocate dal morso dei corsetti e dei loro stessi desideri, le donne della scuola accolgono il soldato nemico e se ne prendono cura. 
Un po’ alla volta, inevitabilmente, intrecciano con lui una danza sottile fatta di sfida, di potere e seduzione. Diffidenti, audaci, tenere, gelose, spaventate e possessive, le ragazze di Miss Farnsworth svelano una dopo l’altra la propria vera natura. 
E intanto, come falene attratte dalla fiamma, soccombono al fascino di un gioco dall’esito imprevedibile e fatale. 

Recensione:
1864, Virginia. Sono gli anni della guerra di secessione in cui nordisti e sudisti si contendono la lotta al potere. 
È proprio durante questo violento scontro tra gli Stati Confederati e quelli dell'Unione che Thomas Cullinan ambienta il suo inquietante romanzo a otto voci, tutte femminili.
Il collegio femminile delle sorelle Farnsworth, popolato fino a poco prima della guerra da un grande numero di ragazze di buona famiglia, pronte ad essere istruite, è ora abitato da sole cinque allieve, di età compresa tra i dieci e i diciassette anni: la schietta, sarcastica e cattolica Marie Deveraux, l'amante della natura Amelia Debney, la smaliziata di origini assai modeste Alicia Simms, la patriottica e irreprensibile Emily Stevenson, e la schiva e scontrosa Edwina Morrow.
Loro, per motivi disparati, dati dalle condizioni precarie in cui versano le loro famiglie (chi ha casa in territori di guerra, chi ha i familiari nell'esercito) sono le uniche ad essere rimaste. 
Cinque ragazzine, due istruttrici e la serva di colore Mattie, sono queste le sole presenze che da anni vivono nel collegio.
Isolate dal fitto bosco che le circonda, a circa un'ora di viaggio dalla cittadina più vicina, e ora assediate dal fuoco nemico, le donne vivono a tutti gli effetti una vita appartata. Estranee al resto del mondo, con pochissimi contatti umani se non quelli strettamente necessari.
È il 5 maggio 1864 quando la tredicenne Amelia - la prima voce di questo romanzo corale - in un giorno come un altro, durante la sua solita e furtiva passeggiata nei boschi alla ricerca di funghi, trova e soccorre uno yankee ferito.
Il soldato risponde al nome del corporale John McBurney, un irlandese appartenente all'esercito nemico, e mai il destino, in quelle circostanze, avrebbe potuto essere più clemente con lui, mettendogli sulla strada proprio Amelia Dabney, colei che, fra tutte le ospiti dell'istituto, è nota per la sua anima da crocerossina, e il cui hobby preferito è, da sempre, quello di prendersi cura di qualsiasi bestiolina ferita si trovi sul suo cammino.
Ed è proprio così che Amelia vede e vedrà sempre il caporale, come un animaletto da salvare e proteggere dai pericoli futuri.
Amelia ci racconta per prima la sua versione dei fatti, il ritrovamento e la scelta di introdurre "il nemico" all'interno della scuola, all'interno del loro mondo, sino ad allora poco avvezzo alle novità.
"Il nemico" viene soccorso e curato, e man mano, da un'iniziale diffidenza, l'uomo con un misto di galanteria, furbizia e piaggeria riesce a conquistare la fiducia delle otto donne.
Ha inizio una staffetta di voci e punti di vista. Ogni protagonista ci mette al corrente di una parte della storia, come se la stesse confidando a qualcuno, quasi per pulirsi la coscienza, giustificarsi o defilarsi da ogni responsabilità.
Non conosceremo mai la realtà oggettiva delle cose. Esiste poi una verità assoluta che metta tutti d'accordo? Probabilmente no. In ogni storia esistono più versioni, in base agli umori, ai sentimenti, e ai propositi di chi la racconta.
Così, pagina dopo pagina, assistiamo ad una danza di provocazioni, seduzioni, menzogne, bugie e intrighi, in cui le allieve, animate dalla vanità, e anche per sfuggire alla noia a cui la vita le ha costrette, cercheranno di ammaliare il soldato restando a loro volta ammaliate.
Spogliate da freni inibitori, e sentendosi straordinariamente comprese, sveleranno al nemico le proprie fragilità e i punti deboli, offendo un'arma che presto si rivolterà loro contro.
Ma una preda, in alcuni casi, può anche trasformarsi in predatore e persino gli animi più insospettabili, se provocati, possono rivelarsi oscuri. 
È proprio questo il messaggio che Thomas Cullinan lascia attraverso le sue pagine, in un romanzo che non vuole assolutamente terrorizzare, o incutere timore, ma indagare le debolezze, le passioni e le incoerenze dell'animo umano.
Mette in luce le ombre, evidenzia gli errori, e sottolinea, con sottile ironia tutte le contraddizioni insite nell'uomo, quelle che creano un profonda distinzione tra ciò che ciascuno di noi è (o crede di essere) nei propositi, e ciò che è nei fatti. 
Ci fa notare quanto l'agnello ci metta poco a trasformarsi in lupo, e viceversa. Del resto, tutti sono innocenti fino a che non diventano colpevoli.

All’epoca non avevo idea di quanto male avessimo dentro, tutte noi. 
È strano come non ti fermi mai a pensare al male che, giorno dopo giorno, si accumula nel tuo cuore. A come i cattivi pensieri si ammucchiano l’uno sull’altro, finché ti ritrovi con il petto che scoppia di malvagità. E a quel punto basta una parola di troppo per accendere la miccia… una sciocchezza, qualcosa che in qualunque altro momento avresti liquidato con un’alzata di spalle. Allora perdiamo la testa. Facciamo cose che, Dio mi è testimone, mai e poi mai saremmo state capaci di fare.

Considerazioni:
Un giorno come un altro alla TV stavano dando lo spazio dedicato ai film "prossimamente al cinema" e la mia attenzione è caduta sul trailer de "L'inganno" di Sofia Coppola. 
A dire il vero la prima cosa che ho notato è stata Nicole Kidman, la mia attrice preferita in assoluto, mi sono perciò soffermata per cercare di capire di che genere di film si trattasse, e se potesse interessarmi. Ho visto molti volti noti dall'adorabile Elle Fanning a Kirsten Dunst, e vari frammenti di scene caratterizzate da un senso di inquietudine che culminavano con un Colin Farrell che urlava un disperato "Che cosa mi avete fatto?"
Ovviamente mi aveva molto incuriosita, e la prima cosa che ho detto è stata "dev'essere bello, voglio vederlo!"
Poi, informandomi, ho appreso che il film era stato tratto dall'omonimo romanzo di Thomas Cullinan.
Allora il desiderio di vedere il film è stato immediatamente rimpiazzato da quello di leggere il libro.
Della storia continuavo a sapere poco o nulla (fatta eccezione di ciò che avevo intuito dal trailer) e, come sempre, non volevo sapere molto di più per non rovinarmi la bellezza della scoperta, ma le scene misteriose del trailer e quella frase colma di angoscia, urlata in modo disperato "Che cosa mi avete fatto?", continuavano ad incrementare la mia curiosità, promettendomi un libro ricco di pathos, inquietudine e follia.
Poi, la frase con cui Stephen King - il re dell'horror - presenta il romanzo di Cullinan non ha fatto che incrementare le mie speranze e confermare quelle promesse. 

“Un racconto gotico dal fascino oscuro e febbrile. Resterete ammaliati dalle spaventose vicende che prendono forma in questa scuola per signorine dimenticata dal mondo”. 

"Fascino oscuro", "spaventose vicende"... sì, quella, ne ero certa, sarebbe stata sicuramente una lettura indimenticabile! Ricca di suspense e orrore.
Ora, sia chiaro, non mi aspettavo una lettura horror o splatter (nemmeno la desideravo), ma credevo che il racconto, iniziato con un vago sentore di sospetto e sfiducia nei confronti dell'ospite straniero, si evolvesse sempre di più fino ad arrivare ad un culmine, ad un apice emotivo.
Un intenso horror psicologico, questo era ciò che mi aspettavo.
Un nemico furbo che giocasse con le debolezze e le fragilità delle signorine, per raggiungere uno specifico scopo. 
Mi aspettavo che il caporale McBurney giocasse d'astuzia conquistando la fiducia di tutte le signorine del collegio, ma mettendole in sordina le une contro le altre, rivelando segreti nascosti, raccontando bugie, alimentando sospetti, agendo con maggior convinzione e crudeltà.
E che solo alla fine, le donne, scoperto l'inganno e stanche delle angherie tessute alle loro spalle, si alleassero e vendicassero in modo ugualmente crudele e spietato.
Questo in parte accade, ma in modo non abbastanza convincete e, per quanto mi riguarda, per nulla soddisfacente.
Il caporale McBurney si dimostra tanto astuto e determinato in alcuni frangenti quanto sciocco e smidollato in altri.
Per buona parte della lettura l'ho odiato e ammirato al tempo stesso. 
Odiavo la sua natura bieca e il modo in cui si divertiva a prendersi gioco delle ragazze del collegio, ma ammiravo la sua intelligenza arguta e l'innata furbizia. 
Il modo in cui da poche battute scambiate con alcune di loro e da frammenti di conversazioni origliate di nascosto, come il più abile degli psicologi, riuscisse decifrare la personalità di ognuna e, di conseguenza, a trasformarsi diventando una persona diversa in base a chi si trovava di fronte. Diventare ciò di cui le signorine avevano bisogno.
Un amante della natura per Amalia Dabney; un appassionato lettore di Shakespeare per Miss Harriet, un amico premuroso per la scontrosa e solitaria Edwina Morrow; un appassionato difensore dei diritti dei neri per la serva Mattie, e così via...
Aveva saputo carpire la personalità e i timori di ognuna e con grande abilità era riuscito a servirsi di alcune di quelle informazioni per il proprio tornaconto.
Mi aspettavo che tanta meschinità avesse uno scopo preciso, un piano ben prefissato, e invece no.
La grande astuzia che avevo ammirato in lui, quella che mi faceva temere il suo personaggio - era essa a rendere la lettura ansiogena, il motore che mi spingeva a proseguire con il fiato sospeso, con il pensiero fisso a ciò che avrebbe mai potuto combinare, a cosa sarebbe arrivato a concepire, a che punto si sarebbe potuto spingere, tanto da costringere le sorelle Farnsworth e le sue allieve a fare qualcosa di irrimediabile - è andata via via scemando, rivelando una personalità sciocca e debole. Un uomo che agisce senza pensare, che mette zizzania, ma poi chiede scusa, che fa di tutto per essere cacciato e poi ancora tutto per rimanere. Non un uomo malvagio, ma un uomo perso, disperato e stupido. Un uomo il cui comportamento non mi faceva più paura.
Non lo trovavo più astuto, ma semplicemente patetico. E una cosa patetica non incute paura.
Per quanto riguarda le figure femminili che abitano le pagine di questo romanzo le ho trovate tutte interessanti poiché eterogenee. Le loro personalità sono diverse e variegate ed è stato affascinante scoprirle e assistere ai loro incontri e scontri, alle gelosie e alle scaramucce, e vederle alla continua ricerca di quello che tutte, in fondo, andavano cercando: attenzioni.
È stato comprensibile vederle interessate tutte all'unico uomo, estraneo, trovatosi catapultato all'improvviso nella loro monotona quotidianità. Vederle attratte dallo straniero come le falene sono attratte dalla luce delle lanterne, e scottarsi con quella luce con la stessa ingenua stupidità e, nonostante questo, incaponirsi ad avvicinarla. Ad un certo punto, però, leggerle combattersi briciole di attenzioni, anche quando queste erano evidentemente fasulle, mi è parso troppo anche per loro. 
Soprattutto per alcune di loro. 
È il caso di Amelia Dabney che essendo stata colei che ha trovato, soccorso, e portato in casa il caporale McBurney se ne sente responsabile. Il ragazzo diventa per lei come quegli uccellini caduti dal nido che è solita salvare. Niente di diverso da uno dei suoi animaletti feriti di cui può prendersi cura. Ed è proprio questo proposito che l'acceca portandola a non vedere mai i fatti con lucidità. È stata, fra le ragazze, quella che ho meno sopportato.
Il ruolo opposto, ovvero quello del mio personaggio preferito, se lo aggiudica invece la più piccola, Marie Deveraux. Simpatica, sardonica, irriverente e provocatoria. La più furba, quella meno suscettibile alle false lusinghe. In poche parole la più sveglia e quella che mi ha regalato più di un sorriso. L'ho adorata e, per certi versi mi ha ricordato la mia altrettanto amata Mary Katherine, protagonista del romanzo "Abbiamo sempre vissuto nel castello" di Shirley Jackson.
Altre personalità complesse sono senza dubbio le sorelle, Miss Martha e Miss Harriet Farnsworth. Mi sono parse una la controparte dell'altra. La forza contrapposta alla debolezza, la fermezza contrapposta alla suscettibilità. 
Sebbene molte volte mi sia parso estremamente ingiusto il trattamento che la maggiore riservava alla sorella minore, ho ancor meno apprezzato la lingua lunga e biforcuta della signorina Harriet.
Il suo raccontare fatti estremante personali e privati, i punti deboli, le fragilità e i peccati della sorella ad un perfetto sconosciuto (dal comportamento, per giunta, assai discutibile), me l'ha fatta scadere tantissimo. È stata imperdonabile.
Per quanto riguarda l'epilogo l'ho trovato al di sotto delle mie aspettative. 
Il libro nel complesso non mi è dispiaciuto, l'ho letto con curiosità sempre crescente, e con quello che si potrebbe definire "il fiato sospeso" ma, come ho già detto, mi aspettavo un exploit che invece non c'è stato. 
Anzi, quando il dramma avrebbe dovuto incendiarsi e trovare il suo apice, si spegne.
Il cattivo si pente - anche se non possiamo essere sicuri si tratti di un pentimento sincero o di una recita, come le tante a cui ci ha reso partecipi nel corso della lettura - le donne si fanno giustizia, ma senza convinzione, quasi sperando che il loro piano alla fine non vada in porto. E tutto si conclude così, con un senso di incompiutezza e di insoddisfazione per il lettore.
Cullinan sembra architettare un bel romanzo psicologico senza, però, avere il coraggio di chiuderlo con l'intensità che avrebbe meritato. Dico sembra perché sono convinta che in realtà questa era proprio la storia che Cullinan aveva intenzione di scrivere, solo che non era quella che io avrei voluto leggere!
Mi spiego meglio: penso di aver compreso il perché delle scelte dello scrittore, egli vuole farci capire che non tutto è bianco o nero, non tutto è per forza totalmente buono o totalmente cattivo, e che chiunque può trovarsi a fare qualcosa di malvagio e spietato anche se fino ad allora era convinto del contrario, e anche se la sua natura non è malvagia.
Il senso l'ho compreso, del resto è tutto racchiuso lì, nella citazione che ho riportato sopra. Purtroppo però (da lettrice che si era fatta ben altre aspettative) mi avrebbe soddisfatto di più una conclusione diversa... 
Quindi, alla fine delle fiera, Cullinan non ha sbagliato nulla, la colpa è tutta tua mio caro Stephen King XD

Ringrazio la DeA Planeta Libri per avevi fornito una copia di questo libro 

il mio voto per questo libro

mercoledì 8 novembre 2017

Recensione: "Tartarughe all'infinito" di John Green

Titolo: Tartarughe all'infinito
Titolo originale: Turtles all the way down
Autore: John Green
Editore: Rizzoli
Data di pubblicazione: 11 ottobre 2017
Pagine: 352
Prezzo: 17,50 € 

Trama:
Indagare sulla misteriosa scomparsa del miliardario Russell Pickett non rientrava certo tra i piani della sedicenne Aza, ma in gioco c’è una ricompensa di centomila dollari e Daisy,  miglior amica da sempre, è decisa a non farsela scappare. 
Punto di partenza delle indagini diventa il figlio di Pickett, Davis, che Aza un tempo conosceva ma che, pur abitando a una manciata di chilometri, è incastrato in una vita lontana anni luce dalla sua. E incastrata, in fondo, si sente anche Aza, che cerca con tutte le forze di essere una buona figlia, una buona amica, una buona studentessa e di venire a patti con le spire ogni giorno più strette dei suoi pensieri. 

Recensione:
Aza Holmes è una ragazza di sedici anni, ma il suo mondo è molto diverso da quello delle sue coetanee, o meglio ad essere molto diversi sono i suoi pensieri.
Se una comune ragazza della sua età ha la testa presa dai compiti, amici, ragazzi, vestiti, quella di Aza lavora incessantemente in un costante turbinio di domande e paure. 
Aza soffre di disturbi ossessivo compulsivi che limitano, da che ne ha memoria, la sua vita e il suo stesso essere. Ad esempio, mentre compie azioni quotidiane, come può essere consumare un pasto in mensa con i suoi compagni di classe, la sua mente viaggia, perdendosi in spirali di pensiero e partorendo terrori esagerati e infondati.
Così, mentre mastica il suo panino, la testa corre ai batteri che, nel frattempo, stanno attaccando il cibo che si deposita nel suo stomaco, e ai milioni di microbi che fanno parte del suo stesso organismo, e quindi del suo corpo e di se stessa. 
E se il suo stesso essere è costituito in grande parte da batteri e in altrettanta parte da pensieri intrusivi che la aggrediscono e tengono prigioniera, come può lei definirsi una singola persona, vera e senziente? 
Sono questi i tormenti che divorano la sua esistenza, e per far fronte al principale grande quesito che la dilania: "sono vera? Esisto davvero?" Aza si infligge da anni una piccola ferita al dito indice, sempre lo stesso, sempre nello stesso punto.
Come la mamma le diceva da bambina "per sapere se sei sveglia o se stai sognando datti un pizzicotto, se fa male significa che non stai dormendo", così Aza per sapere di essere vera si imprime l'unghia del pollice nel polpastrello dell'indice, fino a procurarsi una ferita, che in realtà non risolve mai il suo dubbio. Ma ne apre mille altri.
"La ferita avrà fatto infezione?" Meglio riaprirla, fare uscire il pus, disinfettarla e poi metterci un cerotto. "Ma sei sicura di averla disinfettata? Sei sicura di aver davvero cambiato il cerotto? Forse è meglio ricontrollare. Forse è meglio riaprire la ferita, ed essere certa di aver fatto uscire tutto il pus..."
Aza è a tutti gli effetti prigioniera della sua patologia. Prigioniera dei suoi pensieri. Incapace di dire basta, incapace di reagire.
Lo scenario della sua vita, che procede tra alti e bassi, continui miglioramenti e peggioramenti, viene destabilizzato quando Daisy, la sua amica di sempre, irrompe nel solito flusso dei suoi pensieri dandole una notizia inaspettata: il vicino di casa - indubbiamente l'uomo più influente della città - il miliardario Russell Pickett, è improvvisamente scomparso.
L'uomo, indagato per vari reati, è ricercato dalla polizia e per chiunque dovesse contribuire al suo ritrovamento c'è una bella ricompensa! 
Daisy non vuole assolutamente farsi scappare l'occasione di diventare ricca, mentre per Aza l'indagine rappresenta sia l'occasione per distrarsi, ma anche quella per riallacciare i rapporti con Davis Pickett, figlio del ricercato e suo grande amico d'infanzia.
È da queste premesse che ha inizio il nuovo romanzo di Green, dove assistiamo ad un'indagine che, più che sul caso dell'uomo scomparso, vuole concentrarsi sulla mente e sui pensieri di chi, come Aza, soffre di disturbi mentali limitanti, disturbi così considerevoli da condizionare qualsiasi azione della vita quotidiana.
Aza è consapevole di avere una malattia, e sa anche perfettamente quanto infondati siano i suoi attacchi e le sue paranoie, eppure non sa come disfarsene o sconfiggerle. È questa la cosa più disarmante della patologia di cui soffre, un ciclo di tortura auto-inflitta e senza fine. È lei stessa il suo nemico, prigioniera del suo stesso corpo e della sua malattia. 
Green affronta il tema con grande realismo, non mirando a creare (come aveva invece fatto in "Colpa delle stelle") la storia romantica a tutti i costi. La sua protagonista si innamora, sì, ma la malattia le impedisce di vivere liberamente quell'amore.
Ho apprezzato questo, ho apprezzato il non voler a tutti i costi creare una storia che piacesse al pubblico, ma semplicemente una storia veritiera. 
Proprio per questo il libro può apparire anche monotono, ripetitivo, incompiuto, poiché la protagonista non arriva mai ad una vera svolta, non supera i suoi problemi, non guarisce, non schiaccia mai, una volta per tutte, la sé che la domina.
Certe volte vince Aza, certe volte perde. Il ciclo si ripete, non vi è mai una vera fine.
Ma quello che può sembrare il punto debole è invece il punto di forza del romanzo, poiché in una storia fatta di fantasia e finzione Aza è vera, e rappresenta la verità della sua malattia. Con essa cresce e convive. Per qualche tempo la lascia libera, per qualche tempo la stringe più forte a sé, in un continuo ciclo che si ripete, così come ci si aspetterebbe dalla vita. 

Considerazioni:
Questo è il secondo romanzo di John Green che leggo (se non considero "Let it Snow").
Come forse sapete rientro tra i pochi (ma buoni) lettori che non ha affatto apprezzato "Colpa delle stelle". 
I motivi sono vari e se vi interessa approfondire potete leggere la mia recensione, ma in poche parole il tutto si può riassumere dicendo che ho visto in quelle pagine poco rispetto per la malattia che raccontava, e per chiunque l'abbia davvero vissuta. 
Green in quel caso aveva, a mio parere, strumentalizzato il dramma dei malati di cancro per mettere in scena la sua storia d'amore strappalacrime totalmente inverosimile, e io avevo trovato il tutto di cattivo gusto e raccapricciante.
Non dico quindi che parto prevenuta a prescindere quando sento il nome "John Green", ma sicuramente l'autore, da allora, non mi ispira particolare simpatia.
Tuttavia alcune cose in "Colpa delle stelle" ero comunque riuscita ad apprezzarle, come la presenza, nei dialoghi e nei pensieri dei protagonisti, di una certa cultura generale e di tematiche interessati e insolite. 
Ero dunque curiosa di vedere come, questa volta, avrebbe affrontato il suo nuovo romanzo che ha nuovamente come protagonista una patologia.
Be', come avrete già capito dalla mia recensione, ho trovato il racconto della malattia molto più realistico, sebbene inserito in un contesto di fantasia.
Se in "Colpa delle stelle" i comportamenti dei due protagonisti mi erano parsi così assurdi e romanzati da farmi affermare che pareva che Green non avesse, in vita sua, mai conosciuto qualcuno malato di cancro, questa volta non posso dire lo stesso. 
Qui, non solo la descrizione del disturbo, ma anche il modo in cui leggere i soliloqui di Aza fa sentire il lettore, appare vero, sconvolgente e toccante. Ho percepito l'angoscia della protagonista e il suo sentirsi senza via d'uscita. 
Solo a fine lettura ho compreso il perché di questa differenza. Green ha sofferto egli stesso, di disturbi ossessivi compulsivi, li ha vissuti sulla sua pelle, sa perfettamente cosa significhi essere nella testa di Aza, perché lui era Aza. 
Ha descritto qualcosa che conosceva perfettamente, e questa volta non l'ha abbellito, romanzato o infiocchettato. Ha raccontato la realtà di un malato semplicemente per quella che è. (E facendo questa riflessione non posso evitare di pensare che avrebbe dovuto avere lo stesso rispetto anche per i malati di cancro. Ma vabe'.)
La storia in se per sé non è eccezionale, però ha il pregio di raccontare e far conoscere con realismo un disturbo. Aiuta a mettersi nei panni di chi soffre di malattie invisibili ad occhio nudo, ma che possono essere anche più distruttive delle altre poiché minimizzate e ostracizzate da chi non le vive e comprende. Malattie che, purtroppo, oltre alla sofferenza interiore portano all'isolamento.
A parte questo non ci sono colpi di scena, non ci sono grandi cambiamenti, non ci sono svolte. 
Il libro comunque resta interessante. Nei dialoghi tra i personaggi vengono quasi sempre affrontati temi di spessore, i protagonisti seppur adolescenti parlano di tematiche stimolanti (spazio, vita, arte, condizioni economiche, filosofia) e seppur questo non può essere considerato particolarmente realistico data l'età dei protagonisti, preferisco di gran lunga un libro che ha da insegnare qualcosa rispetto a quelli infarciti di dialoghi sciocchi e superficiali.
In generale ne consiglio la lettura. Probabilmente se siete fan di "Colpa delle stelle", delle storie in cui sono narrati improbabili e romantici viaggi ad Amsterdam, cene costose offerte nientepopodimeno che dal vostro scrittore preferito, primi baci sottolineati da festanti cori di applausi, e via dicendo... questo libro non incontrerà il vostro gusto, ma io mi auguro, e vi auguro, non siate così.

Ringrazio la casa editrice Rizzoli per avermi fornito una copia di questo libro 

il mio voto per questo libro

lunedì 6 novembre 2017

Recensione: "Le quattro stagioni" di Inkyeong & Sunkyung Kim

Titolo: Le quattro stagioni
Titolo originale: Promenons-nous dans les mois
Autore: Inkyeong & Sunkyung Kim
Editore: Gallucci
Data di pubblicazione: settembre 2017
Pagine: 24
Prezzo: 16,00 € 

Trama:
Esplora le stagioni con Orso, Volpe e i loro amici. Scopri le meraviglie della natura nelle diverse fasi dell’anno grazie alle meravigliose pagine pop-up.

Recensione:
Siamo ormai in pieno autunno e l'inverno ahimè non tarderà ad arrivare.
Nell'aria se ne sentono già i primi segnali, le giornate diventano sempre più fredde e buie, gli alberi si spogliano delle loro foglie o si rivestono di nuovi colori.
La frutta e la verdura di stagione hanno rimpiazzato le angurie, le fragole, le pesche e tutto ciò che ci ha tenuto compagnia durante l'estate.
Un ciclo vitale che si ripete anno dopo anno, un susseguirsi di morte e rinascita, di sonno e veglia, a cui spesso assistiamo, senza prestare la minima attenzione.
Un'affascinante metamorfosi, a cui purtroppo siamo ormai abituati.
Noi sì, ma i bambini? Per loro è tutto una grande scoperta, una sorpresa dopo un'altra.
Ed è proprio pensando ai più piccoli che la Gallucci ha deciso di pubblicare un libro tridimensionale, ideato da Inkyeong & Sunkyung Kim, proprio sul ciclo delle stagioni.
Il bellissimo pop-up vede come protagonisti Orso, Volpe e gli altri animali del bosco.
Mese dopo mese abbiamo la possibilità di osservarli: da gennaio che vede Volpe già in esplorazione, mentre Orso sonnecchia placidamente nel suo rifugio; ai mesi primaverili in cui tutto il mondo della natura si risveglia, Orso compreso; fino ad arrivare al caldo estivo ed infine  al ritorno del grande freddo.
I disegni sono graziosi e delicati, assolutamente ben realizzati, ma ancora più particolari (e diversificati) sono gli effetti tridimensionali che le sorelle Kim sono riuscite a creare, con linguette che si sollevano rivelando piccole sorprese, animali da trascinare da una parte all'altra della pagina, fogli traforati, alette da spostare e tanto altro ancora.
I bambini, sfogliando il libro, non potranno che essere piacevolmente stupiti da queste piccole sorprese, e conquistati dalla tenera storia che, sebbene con poche e semplici righe, è capace di trasportarci nel bosco, nelle sue meraviglie, e nella vita dei suoi fedeli e carinissimi amici.

il mio voto per questo libro

martedì 31 ottobre 2017

Speciale Halloween! Alla ricerca di letture da brivido? Noi vi consigliamo...


La notte di Halloween è ormai arrivata, una festività che abbiamo importato anche nella nostra tradizione e che, chi più chi meno, festeggia a modo suo.
Ci sono feste in maschera, feste a tema, e poi c'è chi preferisce trascorrerla tra le intime mura di casa, magari guardando film horror e mangiando popcorn, o perdendosi tra le pagine di qualche inquietante libro.
Noi non abbiamo letto tantissimi horror, ci piace come tema, ma abbiamo sicuramente molta strada da fare per ritenerci delle accanite lettrici del genere, però qualche titolo l'abbiamo letto e vogliamo suggerirvelo. Niente di troppo raccapricciante, ma che, secondo noi, rendono bene l'atmosfera...

Dividiamo di seguito i nostri consigli, suddividendoli in due categorie: quelli per ragazzi e quelli per lettori più per adulti.

Libri per ragazzi:

Coraline di Neil Gaiman: un libro dalle atmosfera sinistre, che sa però comunicare un grande messaggio attraverso la sua simpatica e vivace protagonista che ha il grande onore e onere di insegnare ai suoi lettori, giovani e meno giovani, ad avere la forza di affrontare le situazioni difficili nonostante queste facciano paura.

♥ Gli incubi di Hazel di Deeny Leander: un libro dai toni surreali e grotteschi, raccontato in modo pungente e ironico.
Una favola, forse più simile ad un incubo, spesso brutale.
Ma come ogni favola anche questa ha un messaggio, e qual è in definitiva la morale di questa?
Che non ci sono solo i buoni e i cattivi, o meglio i cattivi esistono, ma per un motivo.

La bambina senza cuore di Emanuela Valentini: una danza macabra tra passato e presente, in cui la morte è protagonista assoluta. C'è chi l'aspetta, chi la vive, chi tenta di fuggirgli, chi la brama e chi impudentemente le va incontro, quasi come fosse una presenza corporea e tangibile.

♥ Frida e Diego. Una favola messicana di Fabian Negrin: presenta un modo inconsueto di vivere la festività. Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, per i messicani questa giornata non ha nulla di lugubre e deprimente. Anzi, rappresenta un'occasione per radunare le famiglie, e poter sfornare tutti insieme leccornie in onore dei propri defunti.

Libri per adulti:

Shining di Stephen King: con abile maestria racconta gli orrori celati nelle mura di un vecchio albergo tempestato da presenze tutt'altro che benevole. Ma questi orrori non sono che il pretesto per raccontare quelli che si celano nell'animo umano, da cui spesso non si riesce a sfuggire.

Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson: narra una storia che sa stregare, protagoniste che non si riesce a dimenticare e racconta, con estrema e cruda verità, i più vili difetti dell'animo umano.
Il male che si cela sotto forme apparentemente innocue, si nutre dell'invidia, dell'ignoranza e della cupidigia e distrugge, devasta e stravolge.

♥ Giro di vite di Henry James: il tutto non è basato sull'azione, non aspettatevi scene orride o raccapriccianti da classico film dell'orrore. 
La tensione qui viaggia su binari più sottili, quelli della mente. 
Il terrore è del tipo psicologico, quello che fa dubitare dei propri sensi e mettere in dubbio la propria capacità di giudizio.

♥ La casa dei fantasmi di John Boyne: lo scenario in cui si svolge è quello che ogni storia di fantasmi che si rispetti dovrebbe avere, o a cui dovrebbe ambire.  
Una storia che sa di classico, un vecchio romanzo di fantasmi trovato in soffitta che non risente dello scorrere del tempo.

La casa d'inferno di Richard Matheson: un libro, sapientemente scritto, da consigliare a tutti gli appassionati del genere horror, alla ricerca di qualcosa di diverso rispetto ai soliti cliché. Ed è forse proprio questa la caratteristica principale di questo romanzo, l'essere allo stesso tempo un classico intramontabile ed una novità, che sa sorprendere ed impressionare. 

♥ The Woman in Black di Susan Hill: un racconto suggestivo, che non mira a spaventare, quanto a mostrare la storia al lettore. Suggestivo, romantico, tetro e triste. 
Non fa paura, ma incanta, non terrorizza, ma affascina.

♥ Il libro delle storie di fantasmi di Roald Dahl: una raccolta che comprende scritti di diversi autori e che presenta come comune denominatore la capacità di saper coinvolgere, facendo dello spettro una figura sempre nuova. Una delle caratteristiche più importanti del libro è la varietà, il saper dare al sovrannaturale un significato ogni volta differente.


Avete letto qualcuno di questi libri? E voi invece, quali ci consigliereste?

lunedì 30 ottobre 2017

Recensione: "Frida e Diego. Una favola messicana" di Fabian Negrin

Titolo: Frida e Diego. Una favola messicana
 Titolo originale: Frida et Diego au pays des squelettes
Autore: Fabian Negrin
Copertina e illustrazioni: Fabian Negrin
Editore: Gallucci
Data di pubblicazione: 5 ottobre 2017
Pagine: 36
Prezzo: 18,00 €


Trama:
In Messico la Festa dei Morti è una ricorrenza allegra e colorata. Le famiglie preparano teschi di zucchero e piatti tradizionali in onore dei defunti, poi banchettano tra le tombe.
In questo giorno speciale, anche i piccoli Frida e Diego sono impegnati nei preparativi, almeno fino a quando, a causa di un increscioso incidente, approdano per sbaglio al Paese degli scheletri. Riusciranno i due poveri bambini a ritornare nel mondo dei vivi?

Recensione:
Fabian Negrin nel suo bellissimo albo illustrato ci trasporta nell'eccentrico Messico, affascinante per i suoi paesaggi variopinti, e per le sorprendenti tradizioni.
Una di queste ha luogo il due di novembre, ovvero la Festa dei morti.
Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, questa giornata non ha nulla di lugubre e deprimente. Anzi, rappresenta per i messicani un'occasione per radunare le famiglie, e poter sfornare tutti insieme leccornie in onore dei propri defunti.
Non fa eccezione la famiglia Kahlo, che sin dalla mattina si occupa di preparare i piatti tipici della loro terra, nonché i preferiti dell'amato nonno, passato a miglior vita.
Anche la piccola Frida ha un suo compito, ossia procurarsi i calaveritas de azúcar, i famosissimi teschi colorati, fatti di zucchero.
Ed è proprio in una bottega di dolci che incontra per caso il suo amato fidanzatino, Diego Rivera.
Si danno appuntamento la sera stessa, per festeggiare tutti insieme il Día de los Muertos. E, come programmato, la bimba corre tra le braccia del suo Diegito, per trovarlo però tra le braccia di un'altra!
Potete immaginare la sua reazione.
Fatto sta che mentre Frida rincorre il fidanzato per dargli una lezione, e lui corre ancora di più per sfuggire alle sue grinfie, entrambi cadono in quello che, come poi capiranno, è il Paese degli scheletri.
E anche qui è in corso una festa: gli scheletri non fanno che ballare e divertirsi, e sembrano per di più molto lieti di avere nuovi ospiti, tanto da non essere affatto intenzionati a farli andare via...
Questa per sommi capi la trama, fatta eccezione per il finale, che non intendo rivelarvi.
Ciò che colpisce di questo libro però non è tanto la storia ma, come sempre accade con gli albi illustrati, le immagini, che affascinano per i colori vibranti, le atmosfere, i tratti definiti, e le fisionomie marcate e caratteristiche dei personaggi.
Inoltre l'autore, tramite i disegni, ci racconta i riti tradizionali messicani, le specialità culinarie, la vegetazione rigogliosa e gli animali del posto, come la razza di cane xoloitzcuintle, particolarmente amata dall'artista Frida Kahlo.
È un viaggio affascinante quello che ci propone Negrin che non perde occasione per immaginare anche l'infanzia dei due celebri artisti, l'una pittrice e l'altro muralista, straordinariamente simile alla vita adulta.
Non a caso Diego dimostra prematuramente la passione per le donne e soprattutto per il buon cibo, mentre Frida non fa che perdonarlo per le sue marachelle.
Una delle note positive di questo ipotetico ritratto è l'ironia con cui viene delineato il rapporto tra i due, e soprattutto il personaggio del furbo Rivera.
Altra cosa che ho particolarmente apprezzato è stata la scelta di omaggiare l'artista José Guadalupe Posada, con la signora degli scheletri (presente anche in copertina), che riprende quasi alla lettera l'opera più famosa dell'incisore messicano, la "Calavera de la Catrina".
Quello che invece non mi è proprio andato giù è il poco spazio riservato al Paese degli scheletri nella narrazione. Di questo mondo curioso conosciamo poco o nulla, quando credo che qualunque lettore avrebbe voluto saperne di più. E non dimentichiamo che in originale l'opera era intitolata proprio "Frida e Diego al paese degli scheletri", denominazione di fatto poco appropriata (di gran lunga preferibile il titolo italiano).
Ed anche il finale, appare affrettato e poco elaborato.
Sembra quasi che il racconto, con un inizio davvero scoppiettante, sia stato chiuso anzitempo e sul più bello, per mancanza di tempo, fantasia o semplicemente di carta e penna.

Ringrazio la Gallucci Editore per avermi omaggiato con una copia di questo libro

il mio voto per questo libro

venerdì 27 ottobre 2017

Recensione: "Come faccio senza di te?" di Chiara Dell'Acqua


Titolo: Come faccio senza di te?
Autore: Chiara Dell'Acqua
Copertina e illustrazioni: Lucia de Marco
Editore: Progedit Editore
Data di pubblicazione: 1 gennaio 2017
Pagine: 56
Prezzo: 14,00 €

Trama:
Come aiutare un bimbo a superare l’assenza di un genitore che deve allontanarsi da casa, oppure la perdita delle persone che ama più al mondo? E infine, in che modo infondere coraggio ai bimbi che hanno paura di dormire da soli, lontani dal lettone di mamma e papà? 

Recensione:
"Come faccio senza di te?" è una raccolta contenente tre piccole storie che rispondono, in toni dolci e incantati, a tre grandi temi che prima o poi un genitore si ritrova a dover affrontare. 
Tre storie che affrontano, seppur in modo differente, il difficile tema del distacco e della crescita. 
I titoli dei tre racconti - brevi storie impreziosite dai delicati acquerelli dell'illustratrice pugliese Lucia de Marco - sono i seguenti:

Giacomino aspetta la mamma
La mongolfiera magica
Il riccio Nerino

In "Giacomino aspetta la mamma", Giacomino è un bimbo che, come tutti i bimbi adora la sua mamma. I momenti della giornata trascorsi assieme a lei sono i più preziosi e cari, quelli che gli riscaldano il cuore e che attende con ansia per tutto il giorno.
Primo fra tutti il momento precedente la nanna, quando accoccolati insieme nel lettone, stretti in un abbraccio che sa di cose buone, la mamma lo accompagna nel mondo dei sogni, leggendogli storie e fiabe.
Tutto è perfetto fino a quando la mamma, per questioni di lavoro, è costretta ad allontanarsi dal suo bambino e, Giacomino, nonostante la presenza di papà, fratelli, nonni e amici, fatica a sopperire a quella mancanza.
La mamma gli manca troppo e gli manca tutto ciò che facevano assieme, come fare ad andare avanti senza?
Così Giacomino smette, smette di fare qualsiasi cosa: leggere, giocare, persino mangiare.
Come in una favola però, grazie a dei messaggi molto particolari, Giacomino capirà che in attesa del ritorno della sua mamma può continuare a fare quelle cose da solo. Che ne è capace e che la mamma sarebbe contenta di vederlo autonomo e felice nonostante la sua assenza.
Anche "La mongolfiera magica" tratta il tema dell'abbandono, ma questa volta non si tratta di un'assenza momentanea...
Il nonno di Emma è venuto a mancare da poco, e la ragazzina fatica a superare quella perdita. Per lei il nonno era un caro amico e confidente, compagno di giochi e custode di segreti, come può superare la sua dipartita? Come sperare di smettere di sentirne la mancanza?
Non può, ma qualcosa le farà capire che, pur non avendolo fisicamente vicino, suo nonno è sempre con lei e la veglia a distanza.
Una dolce consolazione che le farà capire quanto sia importante andare avanti e inseguire i suoi sogni anche per lui.
Infine, anche nella favola "Il riccio Nerino" viene affrontato un momento fondamentale nella vita dei bambini, quello che segna un importante passaggio verso l'autonomia: l'abbandono del lettone! 
Andare a dormire da soli è un passo importante anche per Nerino, il piccolo riccio che si è sempre sentito al sicuro solo avendo accanto la sua mamma. Una piccola disavventura, per fortuna a lieto fine, farà capire al piccolo protagonista che non serve averla costantemente vicino, poiché una mamma protegge i suoi piccoli anche da lontano.
Tre dolci storie a lieto fine, che raccontano un mondo fatto di coccole e abbracci, dai colori pastello, dal profumo di miele e di biscotti fragranti. Un mondo privo di brutture, dove una mamma torna sempre dal suo bambino, dove è possibile salire su una nuvola e rivedere il volto di una persona cara, dove una famiglia di ricci riesce a sfuggire alle zanne di un branco di lupi.
Forse un libro troppo buono per un mondo troppo brutto, o forse il libro giusto che parla con quelle parole confortanti di cui i bambini in tenera età hanno bisogno... poi per la verità, purtroppo, ci sarà sempre tempo.

Ringrazio la Progedit Edizioni per la copia di questo libro 

il mio voto per questo libro

mercoledì 25 ottobre 2017

Chi ben comincia... #36

Poche e semplici le regole:
♥ Prendete un libro qualsiasi contenuto nella vostra libreria
♥ Copiate le prime righe del libro (possono essere 10, 15, 20 righe)
♥ Scrivete titolo e autore per chi fosse interessato
♥ Aspettate i commenti
"Il cimitero senza lapidi e altre storie nere" di Neil Gaiman


Salve avventori!
Eccoci con un nuovo appuntamento di questa carinissima rubrica!
Halloween è alle porte, e cosa c'è di meglio di una bel libro a tema?
In realtà rimando la lettura de "Il cimitero senza lapidi e altre storie nere" da un po' di tempo, e credo sia arrivato finalmente il momento di passare all'azione.
Quello che vi propongo oggi è l'inizio non della raccolta vera e propria, ma dell'introduzione che, parlando della lettura in generale e dei punti di forza dei racconti brevi, ho trovato davvero interessante.
Personalmente condivido tutte le affermazioni di Neil Gaiman, e voi?
Cosa ne pensate?

Da giovane, e davvero non sembra sia passato tutto questo tempo, adoravo i libri di racconti. 
I racconti li potevi leggere dall'inizio alla fine in quelle pause che avevi a disposizione per la lettura: durante l'intervallo al mattino o il sonnellino dopo pranzo, oppure sui treni. Prendevano l'abbrivio, si mettevano in moto e ti trasportavano in un nuovo mondo, per ricondurti sano e salvo a scuola o a casa nel giro di mezz'ora o giù di lì.
I racconti che leggi quando hai l'età giusta non ti abbandonano mai davvero. Magari ti dimentichi chi li ha scritti o come si intitolava la storia.
A volte ne dimentichi la trama, ma se un racconto arriva a toccarti ti resterà accanto, infestando quei luoghi della mente che visiti molto di rado.
Quello che ti resta più attaccato è il racconto horror. Se riesce sul serio a provocarti un brivido sulla schiena, se una volta finita la storia ti ritrovi a chiudere il libro piano piano, per paura di disturbare qualcosa, e ad allontanarti furtivamente, allora non ti lascerà mai più...