giovedì 8 febbraio 2018

Recensione: "Il gelataio Tirelli" di Tamar Meir


Titolo: Il gelataio Tirelli
Autore: Tamar Meir
Illustratore: Yael Albert
Editore: Gallucci
Data di pubblicazione: 11 gennaio 2018
Pagine: 38
Prezzo: 15,00 €

Trama: 
Il gelataio Tirelli amava il gelato come un bambino, così apri una gelateria a Budapest, ma quando i nazisti invasero la città, decise di fare qualcosa di ancora più buono...

Recensione:
Tamara Mair in queste pagine racconta una storia che è anche la sua storia, quella della sua famiglia, ma non solo...
Il passato che racconta appartiene a tutti, e proprio per questo, proprio perché certe nefandezze sono state permesse, è necessario ricordare ciò che è stato, rendendolo fruibile a chiunque, anche ai più piccini.
Questo albo illustrato - solo apparentemente allegro e vivace - racconta, seppur con toni morbidi e pacati, una delle più orride pagine della storia.
Ma non è l’orrore il vero protagonista di queste pagine così colorate, no! Il vero protagonista è l’altruismo, il coraggio e il buon cuore.
E queste qualità sono tutte racchiuse nell’uomo al quale questo libro è dedicato e di cui ci viene brevemente raccontata la vita.
Francesco Tirelli è un ragazzino italiano che sin da bambino ha adorato il gelato in ogni suo gusto e forma. Una volta diventato adulto si trasferisce a Budapest, dove realizza il sogno di aprire la sua gelateria e, grazie ad essa, regalare dolcezza e allegria a tutti i suoi numerosi clienti, in specie ai più piccini.
Con l’arrivo della guerra però tutto cambia, l’allegria scompare dai volti dei suoi amici e in gelateria non entra più nessuno, il gelato purtroppo non può far sparire tutti i mali del mondo, ma la gelateria di Francesco può ancora essere utile...
Francesco Tirelli diviene uno di quelli che la storia ha dichiarato “Giusto fra le nazioni”, ovvero uno di quegli uomini e donne non ebrei che, durante la Seconda guerra mondiale, hanno, con un vero atto di coraggio, salvato anche un solo ebreo dal genocidio.

Tirelli, nella sua gelateria e in vari altri luoghi nascosti, ha dato rifugio a varie famiglie ebree, e tra queste quella di Peter (Isacco) un ragazzino amante del gelato proprio come lui.
Peter, grazie a Tirelli, è scampato alla cattura e ha avuto la possibilità di vivere, crescere, farsi una famiglia e raccontare la sua storia a figli e nipoti.
Tamar Meir, l’autrice di questo libro, è sua nuora. Lei ha più volte sentito raccontare questa straordinaria storia proprio dalla sua voce e ha deciso di farla conoscere a tutti.
Ed io sono davvero felice di averla conosciuta, perché tra tanta cattiveria è confortante sentire che c’è stato chi ha messo in pericolo se stesso pur di impedire un tale sopruso.
Ed è bello pensare che attraverso queste pagine deliziosamente illustrate da Yael Albert, anche i bambini potranno avvicinarsi alla consapevolezza di ciò che è stato.
Non ne comprenderanno sicuramente tutto l’orrore, ma sapranno che in un momento di difficoltà è sempre una buona scelta fare la cosa giusta, mettersi dalla parte di chi è più debole o di chi subisce un’ingiustizia.
Una storia amara, che nasconde un cuore dolce come lo è un buon gelato e il cuore di colui che lo adorava.

il mio voto per questo libro

Ringrazio la Gallucci per avermi omaggiato di una copia cartacea di questo libro

mercoledì 7 febbraio 2018

Presentazione: “Le avventure di Katy a scuola” di Susan Coolidge

Salve avventori!
Oggi voglio presentarvi  un libro di cui vi ho già parlato sulla nostra pagina Facebook.
Un classico recuperato e portato a noi dai ragazzi che lavorano a "La bottega dei traduttori" in particolare, in questo caso specifico, a Giulia Mastrantoni che, grazie al suo lavoro di traduzione, ci permette di scoprire “Le avventure di Katy a scuola” di Susan Coolidge, che ora fa parte della collana "Classici da (ri)scoprire".


Titolo: Le avventure di Katy a scuola
Autore: Susan Coolidge 
Editore: La bottega dei traduttori
Data di pubblicazione: 2017
Pagine: 212
Prezzo: 12,00 € (cartaceo) 

Nel 1872 venne pubblicato un volumetto per bambini che parlava di una ragazzina sfortunata: si trattava di Katy, dodicenne americana costretta su una sedia a rotelle a seguito di un incidente. La piccola aveva sempre voluto essere buona, bella e amata, senza mai realmente riuscire nell’intento di migliorarsi e avvicinarsi al suo ideale di brava bambina. 
Il libro terminava con la guarigione di Katy, dopo ben quattro anni di vita passiva, e con una sorta di rinascita per la piccola: non solo questa acquisiva nuovamente la facoltà di camminare, ma finalmente diventava quell’ideale di bontà che lei aveva tanto desiderato personificare. 

Non trascorse molto tempo prima che venne pubblicato il seguito del romanzo, un racconto delle avventure scolastiche di Katy e di sua sorella Clover. 
La bambina, infatti, è diventata così buona e responsabile che Mrs Page, la cugina del padre di Katy, decide che bisogna assolutamente fare in modo che la piccola diventi più vivace e meno seria. La soluzione che viene pensata dal Dr Carr, il padre di Katy, e Mrs Page è semplice: la bambina verrà mandata a studiare alla Nunnery di Hillsover, una scuola per ragazze. La compagnia delle sue coetanee non può che giovarle, no? Dapprima restia e piuttosto infelice, Katy affronta la sua vita alla Nunnery con lo spirito forte e combattivo delle bambine ribelli: non solo eccelle nelle materie scolastiche, ma fonda un club e rivoluziona la scuola, entrando nel cuore delle sue compagne e della temibile direttrice. 

La serie proseguì con altri tre volumi, di cui uno dedicato a Clover, la sorella di Katy. Si trattò di una serie fortunata che venne pubblicata sotto il nome di Susan Coolidge, pseudonimo di Sarah Chauncey Woolsey.



Cosa ne pensate?
Vi ispira questa trama? A me tanto, però confesso mi sarebbe piaciuto poter leggere anche la prima parte della storia, quelle che narra di Katy costretta sulla sedia a rotelle.
Lo leggerò e vi farò sapere, anche se l'idea di iniziare qualcosa non propriamente dal suo principio mi è sempre stata antipatica :/



lunedì 5 febbraio 2018

Recensione: "L'isola dei giocattoli perduti" di Cynthia Voigt

Titolo: L'isola dei giocattoli perduti
Titolo originale: Teddy & Co.
Autore: Cynthia Voigt
Illustratore: Fabio Sardo
Editore: Giunti
Data di pubblicazione: ottobre 2017
Pagine: 224
Prezzo: 16,50 €


Trama:
Teddy è un orsetto senza gambe che ha bisogno dell'aiuto degli altri per spostarsi sul suo carretto, ma viaggia velocissimo con il pensiero e la fantasia: osserva, riflette e cerca ogni giorno nuove domande e nuove risposte. Vive su un'isola in compagnia di un elefante che cucina muffin, un pinguino scontroso e solitario, un serpente sempre affamato e due buffi maialini. 
Teddy è curioso e grazie alla sua voglia di conoscere, scoprire ed esplorare il mondo convince gli altri ad accompagnarlo al di là degli alberi di melo, dove nessuno si è mai spinto, e dove li attende una sorprendente avventura. 

Recensione:
Cynthia Voigt, con il suo libro, ci catapulta in un misterioso villaggio abitato da giocattoli animati.
Non sappiamo perché siano lì, né da quanto tempo. I giorni si susseguono uno dopo l'altro, uguali tra loro, eppure in un certo senso tutti diversi.
Gli scenari sono sostanzialmente gli stessi: la casa rossa dell'orsetto Teddy e dell'elefante Umpa, quella rosa delle maialine Zia e Prinny, la tana del serpente Sid, e la spiaggia sulle cui sponde gli abitanti dell'isola amano trascorrere le loro giornate. In particolare Teddy, il capobanda del gruppo, ed il protagonista della nostra storia. 
Impossibilitato a muoversi autonomamente, avendo perso le gambe, è costretto a contare sull'aiuto dei suoi amici per poter esplorare luoghi ancora sconosciuti o anche solo per andare ad osservare le onde che si infrangono sulla riva ormai nota.
Che si trovi a due passi dal mare, oppure davanti alla finestra della propria stanza, il passatempo preferito dell'orsetto è sempre uno: pensare. 
Teddy, non potendo purtroppo correre e viaggiare da una meta all'altra, utilizza la ragione e la fantasia per raggiungere nuovi posti e superare i suoi limiti.
Ma il giocattolo peloso non si ferma alla sola riflessione e, una volta elaborato un piano, passa all'azione, coinvolgendo tutti gli altri nei suoi buoni propositi.

Teddy si volto un'ultima volta in direzione della spiaggia, poi verso il cielo rosso-arancione-rosa che si allargava dietro i pini. 
L'orsetto lasciò uscire un sospiro di soddisfazione. «Lo sai cos'è domani?» chiese. 
«Domani è quando si fa colazione!» rispose Sid. 
«Domani è un nuovo giorno. E chi lo sa, che cosa potrebbe succedere domani...» disse Teddy.

Questo aspetto non è da sottovalutare, in quanto permette ai piccoli protagonisti di vivere quotidianamente piccole avventure, e a noi lettori di ricevere sempre nuovi stimoli.
Infatti, nonostante le ambientazioni siano fondamentalmente le medesime, tralasciando qualche eccezione, la narrazione non cade mai nella noia, anzi, si è sempre curiosi di conoscere le sorprese racchiuse nei capitoli seguenti.
Ciò è dovuto anche all'aggiunta di nuovi personaggi che andranno a portare fresca linfa vitale ad un gruppo già collaudato. E proprio la caratterizzazione dei protagonisti è uno dei punti di forza del libro: sono pochi, eppure ognuno di essi è indispensabile.
Dalla premurosa Zia al ragionevole Umpa, al goloso Sid e alla dolce piccola Prinny sino ad arrivare al solitario Peng, al vanesio Signor C e alla tracotante Clara, le cosiddette new entry.
Tutti i giocattoli, con i loro pregi e difetti, contribuiscono a rendere la lettura sempre più coinvolgente e fanno sì che, chi legge, possa facilmente riconoscersi in uno o più attori in scena. 
Inoltre, grazie all'indole riflessiva e alla capacità d'introspezione di Teddy, il libro assume una vena nostalgica e malinconica, inusuale in questo genere di racconto.
Per quanto molti eventi narrati siano piacevoli e divertenti, c'è sempre, seppur in secondo piano, il contrasto tra la vitalità di tutti gli isolani ed il senso di inadeguatezza e manchevolezza che, ahimè, attanaglia l'adorabile peluche.
La tematica della disabilità non è affrontata chiaramente, eppure è palesemente presente in più occasioni. La si percepisce non solo nella tristezza di Teddy, ma anche nei pensieri gentili dei suoi amici che non fanno che preoccuparsi di lui e delle sue esigenze.
Ritengo che l'autrice abbia fatto la scelta giusta nel rendere l'handicap fisico uno sfondo più o meno costante, ma non un vero e proprio argomento in primo piano.
Sarebbe stato forse più d'impatto fare dell'orsetto la vittima del destino avverso, e raccontarci per filo e per segno la tragedia che gli ha fatto perdere l'uso delle gambe. Invece la Voigt oltrepassa questo stadio crudele, per raccontarci invece quello immediatamente successivo, ovvero la vita, sicuramente difficile, di chi deve convivere con i suoi limiti motori.
Ma se pensate che questa sia solo una storia amara e triste, vi sbagliate di grosso.
I piccoli amici, con le loro esplorazioni, i picnic, le feste a sorpresa, le lezioni di nuoto ci regalano molti momenti di spensieratezza e relax.
Le loro quotidiane avventure sono capaci di trasmettere al lettore un senso di calma e tranquillità, e anche tanta voglia di stare all'aria aperta.
Per di più in ogni pagina traspare il forte senso di condivisione e accoglienza che caratterizza il gruppo, nuovamente rimarcato dall'arrivo sull'isola del Signor C e di Clara.
I due, inizialmente diffidenti e restii a fare amicizia, troveranno nella calorosa comunità una vera e propria famiglia.
E questa sensazione di appartenenza emerge progressivamente nel corso della lettura, ed è tale da coinvolgere anche il lettore. Mentre si va avanti infatti, si ha sempre di più l'impressione di far parte di quel piccolo villaggio, di cui si conosce le abitudini e i modi di fare. Questo anche grazie alla composizione dei capitoli, suddivisi nella maggior parte dei casi in giornate, caratterizzate sia da eventi straordinari, che da piccoli aneddoti di vita quotidiana, quale può essere un acquazzone o una partita a scacchi.

Era un pomeriggio piovoso. Era stata anche una mattinata piovosa. Il carretto di Teddy era vicino alla finestra della cucina e lui stava guardando fuori, verso le nuvole grigie da cui le gocce di pioggia continuavano a cadere. Era impegnato in una delle sue attività preferite: pensare alle cose e farsi delle domande. Le gocce traboccavano fuori dal bordo delle nuvole, si chiese, o colavano giù dal fondo? 
Avevano paura di cadere nell'acqua, sui sassi, sull'erba, sulle foglie degli alberi? Oppure cercavano di fuggire dalle nuvole che le avevano tenute intrappolate al loro interno, proprio come lui era intrappolato dentro casa tutto il giorno?

Anche il finale, pur avendo un suo preciso significato, non è altro se non la conclusione di un giorno come tanti. Non chiude veramente la storia, perché, dopo di noi, i piccoli amici continuano ad agire, a sognare, a riflettere, in una parola, a vivere.
Per quanto riguarda la scrittura, essa non è eccessivamente semplice e lineare, ma neppure complessa. È tale da non mettere in difficoltà i bambini, ma neppure annoiare gli adulti.
Presenta delle bellissime e suggestive descrizioni che fanno vivere appieno la bellezza e l'imprevedibilità della natura.
Ultimo punto, ma non meno importante, le stupende illustrazioni in bianco e nero di Fabio Sardo, che impreziosiscono una storia che già di per sé brilla di amore, speranza e solidarietà.

Considerazioni:
Ho adorato questo libro sin dalle prime pagine proprio per l'atmosfera suggestiva e familiare che l'autrice è riuscita a creare.
Mi sono affezionata ai personaggi, alla loro storia e ai rapporti interpersonali che man mano si sono delineati. E non parlo solo di amicizia, ma anche della strana esigenza di alcuni dei giocattoli, ed in particolare del pinguino Peng, di trovare i propri spazi, di cercare un'indipendenza, pur sapendo di avere sempre un porto sicuro in caso di bisogno.
Credo che questo sia molto importante, perché mette in evidenza il vero significato dell'amicizia, la consapevolezza di avere qualcuno cui fare affidamento, indipendentemente dalla distanza o dalle avversità.
Questo è evidente soprattutto nelle attenzioni che tutti riservano a Teddy e ai sentimenti che albergano nel suo cuore. I suoi problemi diventano quelli di tutti, perché è così che accade alle famiglie.

Che cosa c'era che non andava in Teddy? 
Forse niente, probabilmente niente. 
Ma di solito Teddy parlava più di tutti gli altri e aveva più idee di cui parlare. 
Quella sera, quando Prinny andò a dormire, sentì la pioggia tamburellare contro il tetto e il vento arrotolarsi intorno alle grondaie della casa rosa, e pensò a Teddy. Ci mise molto più del solito ad addormentarsi.

E sempre parlando di Teddy, come accennavo prima, è lui il vero motore dell'azione e soprattutto del pensiero.
Devo dire la verità, quando ho iniziato questo libro, non credevo di imbattermi in una lettura così profonda, eppure, proprio grazie all'orsetto, "L'isola dei giocattoli perduti" dimostra di essere molto più di un racconto per bambini.
E non mi riferisco solo alla condizione d'infermità in cui versa Teddy, ma anche a tante altre considerazioni generali sulla vita e sul mondo.
Il protagonista infatti, forse proprio per il suo ruolo di spettatore, non fa che farsi domande su ciò che lo circonda, che sia la pioggia che cade, un fiume che scorre, o il fenomeno della marea.

Un'idea nuova che gli era già venuta era questa: quel fiume non era solo un ostacolo da attraversare. Era anche un'altra via lungo la quale viaggiare.

Niente passa inosservato, e quella testolina non fa che elaborare idee e assistere con curiosità allo scorrere del tempo e al trascorrere degli eventi.
Non voglio dilungarmi troppo né dirvi di più del libro, perché mi auguro possiate leggerlo presto,  mi limito a consigliarlo vivamente, soprattutto ai bambini.
Non solo perché racconta una storia intima e delicata, in modo non eccessivamente triste, ma anche perché stimola le domande e i processi mentali che caratterizzano proprio le prime fasi della vita. Perché Teddy non è solo il migliore amico che tutti noi bene o male abbiamo avuto, ma anche il bimbo curioso che un tempo siamo stati. 

Ringrazio la casa editrice Giunti per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

lunedì 29 gennaio 2018

Recensione: "Paddington 2 - Il romanzo del film" di Autori Vari

Titolo: Paddington 2 - Il romanzo del film
Autore: AA. VV.
Editore: Mondadori
Data di pubblicazione: 7 novembre 2017
Pagine: 208
Prezzo: 14,00 €


Trama:
La vita per Paddington scorre felice insieme alla sua nuova famiglia, al 32 di Windsor Gardens, tra le tenere stramberie dei Brown, le marmellate della signora Bird e l'affetto dei vicini. Ora che si avvicina il centesimo compleanno di zia Lucy, l'orsetto trova il regalo perfetto nel negozio di antiquariato del signor Gruber: un prezioso libro animato che raffigura tutte le meraviglie di Londra. Paddington trova un lavoro per raccogliere i soldi necessari a comprare il regalo, ma quando è a un passo dall'obiettivo succede l'impensabile: un misterioso ladro ruba il libro, facendo ricadere la colpa proprio su Paddington. E così, mentre i Brown cercheranno in tutti i modi di trovare il vero colpevole e di svelare il segreto del libro animato, la gentilezza di Paddington verrà messa a dura prova da uno dei luoghi meno gentili al mondo...

Recensione:
Non so voi, ma per me la dicitura "il romanzo del film" equivale a "segnale d'allarme".
Potrete quindi capirmi se vi dico che ho iniziato questa lettura in stato d'allerta e con ben poche aspettative, credendo di trovarmi di fronte ad una sceneggiatura riportata su carta (un po' come "Harry Potter e la maledizione dell'erede", per intenderci).
E invece niente di più lontano dalla verità. Fortunatamente il libro di Paddington riprende solo la trama del secondo capitolo cinematografico, ma per il resto è un normalissimo libro (tra l'altro ben scritto), se escludiamo il fatto che è delizioso, tenero e divertente.
Perché in effetti la storia dell'orsetto pasticcione è una di quelle che scalda il cuore, una carezza gentile, un pasticcino appena sfornato. 
Questo soprattutto grazie al suo adorabile protagonista: un animaletto buffo, simpatico e dolce, proprio come i panini con la marmellata che adora tanto mangiare.
C'è da dire poi che quella di Paddington è anche un'appassionante avventura, fatta di incomprensioni, tranelli, incidenti di percorso, piani di fuga e bizzarrie varie.
Ovviamente c'è il cattivo che trama alle spalle, ma anche una serie di alleati, alcuni persino insospettabili, che si faranno in quattro per portare a galla la verità.
Non mancheranno inoltre i fuori programma, gli aneddoti comici e le situazioni surreali.
Ciò rende la lettura davvero piacevole e scorrevole, nonché adatta a tutte le età.
Ma Paddington non è solo un libro spensierato, capace di far sorridere. Ha anche dei momenti emotivi, incentrati più che altro sullo stato d'animo dell'orsetto che crede di essere stato abbandonato. Inoltre, cosa ben più importante, è anche un meraviglioso racconto di formazione che insegna che l'onestà e la bontà d'animo pagano sempre, e che la gentilezza non è mai fuori moda.

Considerazioni:
Solitamente non disdegno i libri impegnati e impegnativi, ma tra l'uno e l'altro talvolta mi piace alternare letture più leggere. Molti prediligono i romanzi rosa fatti di cavalieri aitanti chiamati a portare in salvo la damigella in pericolo, o più che altro la donna della porta accanto ma, mi duole dirlo, quel genere di libro non fa per me.
Per cui, quando voglio prendere una boccata d'aria fresca tra un dramma e l'altro, mi rifugio volentieri nei libri per ragazzi. Spesso, devo dire la verità, ho trovato situazioni dolorose e difficili anche lì, ma solitamente rappresentano una fuga dalla realtà, per mezzo di voli di fantasia e buoni sentimenti.
Ed è proprio quello che ho trovato in "Paddington", una storia semplice ma capace di intrattenere, divertire ed emozionare.
Ho adorato l'orsetto sventurato, l'ho compatito, ho tifato per lui. Ho amato il suo essere  esageratamente ingenuo e la capacità di vedere sempre il buono nelle persone. 
Ma se il paffuto protagonista è la chiave vincente della storia, non è di certo l'unico punto a favore.
Anche gli altri personaggi, chi più chi meno, sono ben caratterizzati, e riescono a suscitare una certa simpatia. Inoltre, ciò che mi ha stupito è la cura prestata alla scrittura, con uno stile sobrio ma non privo di sfumature, che riesce a dipingere egregiamente situazioni, profumi e sensazioni.
Se dovessi paragonare questo libro a qualcosa, direi una "torta di mele" perché è dolce, ma non particolarmente elaborato, ha pochi ingredienti eppure ti conquista ad ogni morso, ma anche perché una fetta, o per meglio dire un capitolo, tira l'altra.
Infatti una volta iniziato, pur ipotizzando il lieto fine, non si vede l'ora di conoscere i nuovi sviluppi ed arrivare all'agognato finale. Almeno per me è stato così.
In generale non posso che consigliare questo libro, in particolare ai bambini, che di sicuro lo adorerebbero, ma in generale un po' a tutti perché, per una buona torta di mele, non si è mai troppo grandi.

Ringrazio la casa editrice Mondadori per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

sabato 27 gennaio 2018

Estratto: "La mia amica ebrea" di Rebecca Domino

Salve avventori, come sapete, oggi è la Giornata della Memoria, la ricorrenza internazionale nata per commemorare le vittime della Shoah.
La data non è casuale, in quanto coincide con la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ad opera delle truppe sovietiche.
Dal 2005 ad oggi, in questa data, si organizzano in tutto il mondo commemorazioni, come riconoscimento pubblico e collettivo.
Anche noi del Café Littéraire, nel nostro piccolo, non potevamo non partecipare. Abbiamo scelto di far parlare anche stavolta i libri a nome nostro. In particolare, ho scelto di riportare qui un passo tratto da "La mia amica ebrea" di Rebecca Domino, un libro davvero toccante, che racconta l'amicizia tra due ragazzine, una ariana e l'altra ebrea.
Nell'estratto selezionato vediamo Rina Binner, costretta a nascondersi con la sua famiglia nella soffitta di casa di Josepha Faber. Dopo settimane passate nel buio, e in attesa, la quindicenne ebrea sembra non riuscire più a sopportare tutti i soprusi perpetratati ai danni suoi, dei suoi cari e della sua gente.

La mia amica si alza dal materasso e si volta verso la finestra chiusa.  
- Voglio andare via – sussurra, con voce rotta. 
- Rina… - comincia Uriel; 
- Voglio andare via – ripete lei, senza voltarsi verso di noi: stavolta c'è così tanta forza nella sua voce che penso che possa uscire dalla soffitta e mettersi a correre per strada, incurante della Gestapo, di Hitler, di tutti i tedeschi che la seguirebbero e la porterebbero di peso in uno dei campi. 
Invece, ovviamente, non lo fa: rimane lì, il suo corpo magro dentro la mia vecchia camicia da notte, quei capelli così scuri in contrasto con la stoffa bianca, le braccia rigide lungo i fianchi, le mani rabbiosamente chiuse a pugno. 
Lo spilungone ed io ci scambiamo un’occhiata, poi lui mi rivolge un impercettibile cenno del capo e si siede dove sino a poco fa si trovava la sorella, accanto alla loro madre. 
- Rina… - sussurro, alzando un braccio per toccarle la spalla, ma non lo faccio; 
- Sono stanca, Josepha – sussurra lei, chinando leggermente la testa – non è giusto, capisci? Non è giusto –. 
Rina si volta di scatto verso di me e il dolore, la paura nei suoi occhi mi fanno tremare. Mi rendo conto che, sino ad ora, ho solo immaginato cosa deve aver vissuto e provato. Ripenso alle parole di mio padre, a quanto la vita sia più difficile per gli ebrei. 
- Perché mia madre deve patire così tanto? Perché non posso più camminare liberamente per strada? 
Perché non ricordo più come si fa a scrivere correttamente? 
Perché Uriel ed io non possiamo crescere? – 
“Crescere non è poi questa gran cosa” vorrei risponderle, ma non lo dico, perché improvvisamente mi rendo conto che lo è: forse non sono pronta adesso, ma lo sarò. 
E non parlo di ragazzi, no, parlo dello sbocciare: ora sono un bruco nel suo bozzolo ma un giorno, bombe permettendo, sarò una bellissima farfalla. 
Rina rischia di rimanere un bruco per sempre. 

martedì 23 gennaio 2018

Recensione: "Il meraviglioso incubo di Natale" di Mauro Santomauro

Titolo: Il meraviglioso incubo di Natale
Autore: Mauro Santomauro
Editore: Ferrari Editore
Data di pubblicazione: 22 novembre 2017
Pagine: 114
Prezzo: 12,00 €


Trama:
Natale è al capezzale della moglie Alice, affetta da una grave malattia degenerativa. Sta per mettere fine alle sue sofferenze una volta per tutte, come promesso alla donna amata tempo prima.
Al momento dell'azione, la sua mente vola all'inizio del loro amore, alla passione giovanile che li aveva travolti e ai problemi che, anni dopo, li avevano resi più distanti. Alla serenità dettata dalla maturità sino ad arrivare alla doccia fredda della malattia.
Una parabola discendente che, se non può condurre ad un lieto fine, regala comunque un nostalgico finale.

Recensione:
Apparentemente questo potrebbe sembrare uno di quei libri intrisi di atmosfera natalizia, che ti fanno assaporare la magia delle feste ed il calore della famiglia. Apparentemente, perché in realtà l'unica attinenza con il Natale riguarda la scena conclusiva della storia, e soprattutto il nome del protagonista.
Natale è infatti l'attore principale della vicenda raccontata, ma anche il narratore. Nella sequenza iniziale ci rivela di aver compiuto il gesto più difficile della sua vita, e nel resto del libro ci spiega perché.
Ha quindi inizio, tramite un lungo flashback, la storia d'amore tra Natale e Alice. Tramite le parole dell'uomo ripercorriamo tutte le tappe del loro rapporto: dalla passione iniziale, alle prime incomprensioni, al tradimento, il perdono, sino ad arrivare alla malattia.
La cosa che più colpisce è la verità che emana questo racconto. I due protagonisti sono ritratti senza tabù, con i loro pregi e soprattutto i loro difetti. In particolare Alice: lei, a differenza del pavido ed eccessivamente buono marito, è una donna indipendente, difficile da tenere in riga.
È forte e decisa, ma vittima delle sue stesse debolezze. Cade in fallo più di una volta, rovina tutto, distrugge se stessa. Vive nel senso di colpa, e nel timore che Natale, una volta saputa la verità, la abbandoni.
È un personaggio impossibile da amare, ma anche difficilmente giudicabile. Non ci si affeziona ad Alice, ma la si comprende. 
Per Natale invece è tutt'altra storia. Lui è il tipico personaggio che emana bontà. È fedele fino all'inverosimile, perdona l'imperdonabile, ama con tutto se stesso. 
Al contrario dell'adorata moglie, ci si affeziona a lui, ma non si comprende il suo comportamento.
E poi arriviamo alla malattia. Alice, così piena di vita, lentamente sfiorisce, diventando l'ombra di quello che era un tempo. Chiede al marito di porre fine alla sua sofferenza, di liberarla dall'agonia, riportandoci al punto di partenza, alla scena che aveva aperto il libro.
Com'è ovvio, le tematiche delle malattie degenerative e dell'eutanasia non sono semplici da trattare. Entrano in ballo diversi fattori, che rendono dolorosa ogni scelta.
Molti libri, soprattutto in tempi recenti, hanno affrontato questo argomento, ma devo ammettere che "Il meraviglioso incubo di Natale" presenta qualcosa di diverso.
Ritengo che questa particolarità sia il suo maggior pregio ma anche il maggior difetto.
La morte di Alice è il naturale epilogo del rapporto complicato tra lei e Natale. Mi duole dirlo ma, nel corso delle pagine abbiamo visto fin troppe mancanze della donna e poco sentimento. 
Il suo personaggio non ispira fiducia né affetto per cui, non se ne sente la mancanza a fine lettura. Il lettore non è portato a soffrire per la sua dipartita o a provare empatia.
Ed ecco il motivo per cui definisco questo fattore "il maggior difetto", perché manca del tutto l'impatto emotivo. Tuttavia, ed arriviamo al pregio, questo distacco rende la storia più originale.
Sarebbe stato facile, ma anche scontato, dipingere Natale e Alice come la coppia perfetta, da fare invidia al mondo, come anche fare della donna lo stereotipo della moglie devota, dolce e premurosa.
Sicuramente la storia ne avrebbe guadagnato, diventando più commovente e toccante.
Ma cosa avrebbe avuto di più di tante altre trame del genere? Niente, direi.
Mentre il lavoro di Santomauro, con la sua "freddezza", pare chiamato più a smuovere le coscienze che a provocare emozioni, fa riflettere e non emozionare.
Inoltre è ben scritto, e nonostante faccia spesso appello a curiosità e aneddoti, che talvolta paiono più che altro interessanti divagazioni, risulta scorrevole e piacevole da leggere.
Non è un libro che ti rimane nel cuore, che traccia ricordi indelebili, questo indubbiamente, ma non è neppure una storia che lascia indifferenti. È il giusto mezzo che non fa felici tutti, ma non lascia nemmeno scontento nessuno.

Ringrazio la Ferrari Editore per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

giovedì 18 gennaio 2018

Recensione "Lettere di Babbo Natale" di J. R .R. Tolkien

Titolo: Lettere di Babbo Natale
Autore: J. R. R. Tolkien
Illustrazioni: J. R. R. Tolkien
Editore: Bompiani
Data di pubblicazione: ottobre 2004
Pagine: 111
Prezzo: 18,00 €

Trama:
Il 25 dicembre 1920 J.R.R. Tolkien cominciò ad inviare ai propri figli lettere firmate Babbo Natale. 
Infilate in buste bianche di neve, ornate di disegni, affrancate con francobolli delle Poste Polari, e contenenti narrazioni illustrate e poesie, esse continuarono ad arrivare a casa Tolkien per oltre vent'anni, portate dal postino o da altri misteriosi ambasciatori. 
Una scelta di questi messaggi annuali formano questa fiaba a puntate intitolata "Lettere di Babbo Natale", scritta da un Tolkien non solo in vena di paterna e didattica allegria, ma anche animato da una forte e sfrenata fantasia.
Esse raccontano, con humour e creatività, le storie di Babbo Natale, ma anche del pasticcione Orso Bianco del Nord, dell'elfo Ilbereth e tanto altro ancora...

Recensione:
Quando si nomina Tolkien, non si può non pensare immediatamente al fantastico e variegato mondo de "Il Signore degli Anelli".
Hobbit, elfi, nani, mirabolanti avventure e pericoli mortali sono gli ingredienti principali che associamo immediatamente al nome dello scrittore inglese.
Potete quindi capire il mio stupore nel venire a conoscenza di "Lettere di Babbo Natale", un'opera così diversa, ma allo stesso modo creativa, che vede il famoso autore nelle inedite vesti di padre affettuoso, intenzionato ad alimentare nel cuore dei suoi figlioli la magia delle feste.
Leggendo le missive da lui inviate, sotto mentite e paffute spoglie, non si può che rimanere affascinati dal magnifico mondo che ha creato.
Pagina dopo pagina e lettera dopo lettera, si viene letteralmente rapiti dalla storia, e catapultati al Polo Nord. Lì possiamo conoscere la routine quotidiana di Babbo Natale e dei suoi aiutanti, come trascorrono le giornate a seconda del periodo dell'anno e degli impegni.
Man mano che si avvicinano le feste, tutto diventa più complicato. Si moltiplicano le cose da fare con urgenza ma anche le disavventure. Perché si sa, più si ha fretta e più sorgono imprevisti. 
Ed ecco quindi le difficoltà nell'impacchettare tutti i regali in tempo, gli innumerevoli disastri provocati, ingenuamente e a fin di bene, dal grande Orso Bianco del Nord (ed in seguito anche dai suoi nipoti, i cuccioli polari Paksu e Valkotucca), le ruberie dei perfidi Goblin, e la battaglia tra quest'ultimi e gli Elfi Rossi. 
Andando avanti con la lettura, le epistole si arricchiscono di nuovi particolari, tali da non rendere la narrazione monotona e ripetitiva.
Basti pensare al buffo e turbolento rapporto fra il vecchio rubicondo e il suo orso pasticcione, fatto di scherzi, battute e rimproveri non proprio severi, che viene approfondito sempre di più. 
Leggere di loro, del modo in cui si punzecchiano l'un l'altro, è stato un vero piacere. Mi ha divertito e mi ha fatto affezionare ad entrambi (come anche agli altri personaggi che man mano si avvicenderanno nel racconto).

Secondo me, poi, l'Orso Bianco ha completamente rovinato la mia illustrazione - non riesce certo a disegnare con quelle grosse e grasse zampe - 

Villano! Io so scrivere senza tremare... e scrivo senza tremare. 

volendoci inserire qualcosa di suo e raffigurando me che corro dietro alle renne mentre lui ride. Del resto, ha riso per davvero. E così ho fatto poi io, quando l'ho visto che cercava di disegnare le renne imbrattandosi di inchiostro tutta la sua bella zampa bianca.

Ho adorato questo libro, perfetto per le feste, e non solo. Ideale per i bambini che vivono di sogni e dolci illusioni, ma anche per gli adulti che non hanno perso il gusto per le cose semplici, per le storie tenere ed ingenue.
Ho adorato soprattutto l'idea di un uomo che, nonostante la fama e nonostante gli impegni, ha trovato comunque il tempo di rispondere, per più di vent'anni, alle letterine dei propri figli, inventandosi storie sempre più dettagliate e divertenti, corredandole da disegni bellissimi e originali.

Considerazioni:
Ho avvistato quest'opera sul web non molto tempo fa. Ero rimasta colpita dall'idea alla base del libro, ma anche dalle carinissime illustrazioni.
Avevo deciso di acquistarlo prima o poi, e quale momento migliore se non regalarselo per le feste?
Infatti questo è uno dei libri che mi ha fatto compagnia durante le vacanze di Natale sia dello scorso anno che di quello appena trascorso (grazie al gruppo di lettura), e devo ammettere che leggere del magico mondo del Polo Nord ha reso tutto più festoso.
Perché la raccolta di lettere è essenzialmente allegra e divertente, fatta di aneddoti di tutti i giorni ma anche di avventure al limite del credibile. Protagonista di quasi tutte è, come dicevo prima, la coppia vincente Babbo Natale-Orso Bianco, che con i loro battibecchi da vecchia coppia sposata, mi hanno strappato parecchi sorrisi.

Sono corso sul pianerottolo e ho visto che Orso Bianco era caduto giù in fondo alle scale; era atterrato sul naso e aveva lasciato dietro di sé, lungo tutto il percorso, una scia di palline, di fagotti, di pacchetti e di altre cose ancora... Era pure finito sopra alcuni oggetti e li aveva rotti. Spero che per sbaglio non vi capitino proprio alcuni di quelli. Vi ho disegnato l'intera scena. Orso Bianco si è stizzito molto per questo. 

Certo, ovviamente. 

Dice che le mie illustrazioni natalizie lo prendono sempre in giro e che un anno ve ne manderà una disegnata da lui in cui faccio la figura dello sciocco (cosa che però, naturalmente, io non faccio mai; e per di più lui non sa disegnare sufficientemente bene per farlo). 

Sì che so disegnare bene. Ho fatto la bandiera che sta qui sotto. 

Orso Bianco ha urtato il mio braccio e ha rovinato il disegnino - lo trovate giù in basso - della Luna che ride e di lui che le agita contro i pugni...

Ma se il mood principale è quello vivace e spiritoso, non mancano sfumature malinconiche.
Come saprete, le missive dell'anziano benefattore sono risposte a quelle inviate effettivamente dai figli di Tolkien (lettere queste, per quanto ci è dato di capire, fatte non solo di richieste di doni, ma nate come vere e proprie confidenze). Questa corrispondenza va avanti per molti anni, progressivamente con i quattro figli. 
Tuttavia, man mano che crescono, da ciò che si intuisce dalle parole di Babbo Natale, i ragazzi smettono di scrivergli, forse perché troppo impegnati o semplicemente perché non hanno più piacere della sua compagnia. Eppure Babbo Natale non li dimentica, continua a chiedere ai figli minori notizie di quelli più grandi, continua a sperare, ad augurarsi il loro bene.
Fino ad arrivare all'ultima lettera, in cui Babbo Natale non può che rendersi conto che anche la piccina di casa, Priscilla, non è più così piccola, e che anche lei ha cessato di credere in lui.
Chiudere il libro è stato molto triste, in primo luogo perché mi sono immedesimata nel protagonista costretto ad affezionarsi a nuovi bambini, pur sapendo di essere destinato a perdere prima o poi il loro amore, e a conservare solo dei ricordi nel cuore.
Ma anche perché io stessa mi sono fatta rapire da quest'illusione, dalle lettere inviate anno dopo anno, dagli amici strampalati che abitano lontano. 
Avrei voluto che le lettere raccolte e pubblicate fossero più numerose (e avrei preferito che nell'edizione fossero state allegate anche quelle dei bambini), e soprattutto avrei voluto che anche i miei genitori avessero pensato tempo fa ad uno stratagemma del genere.
In realtà mi pare un'idea così tenera che invito le mamme e i papà in ascolto ad armarsi di carta e penna (e di colori, se anche voi siete abili con il disegno, come l'autore britannico) e di fare felici i loro bimbi.
Avete ancora un bel po' di tempo per esercitarvi e diventare dei perfetti Papà e Mamma Natale.
Perché non provare?

il mio voto per questo libro